TESTO EDITO
PARETI DI CARTA 
.John Ajvide Lindqvist
Una stanza può contenere spazi che sono più grandi della stanza stessa.
Non sono inclusi nella stima, perché non possiamo abitarci.
Nei passaggi dei parcheggi incontriamo il nostro futuro.
Amiamo, litighiamo, cadiamo nell’oblio e moriamo.
Senza accorgercene.
Le membrane che ci separano dalla pazzia, dalla rovina, dai mostri sono così sottili.
Pareti di carta, niente altro.

Era estate, avevo nove anni, mio padre tornò a casa con una scatola di cartone sul cassone del camion. Una scatola enorme. La più grande che avessi mai visto. Due metri per due. Papà mi disse che dentro potevano starci ottomila cartoni di latte. Non so cosa ci fosse stato dentro, prima. A quei tempi, papà lavorava alla segheria, probabilmente si trattava di materiale per l’edilizia. Forse lana di roccia. Non mi interessava più di tanto. Per me era solo una magnifica scatola.
Non appena papà la gettò a terra, la portai sul prato e ci entrai. Aveva un buon odore, proprio come quello dei giocattoli nuovi il giorno del compleanno. Era aperta verso il giardino, incorniciava la luce del giorno e la rendeva più intensa. I cespugli e gli alberi diventarono nuovi ai miei occhi, come se li vedessi per la prima volta.
Mi sedetti e papà fece la sua comparsa nel riquadro, diretto verso casa. Si fermò, si girò e fece un cenno di saluto con la mano. Ricambiai, anche se mi sembrava sbagliato. Non si salutano i protagonisti di un film. Ma ero felice di essere lì dentro.
Papà entrò in casa e io richiusi la scatola al meglio. Per quanto tirassi, non riuscivo a sbarazzarmi di una fessura larga un centimetro che lasciava filtrare una lama di luce sul fondo. Visto che non era possibile ottenere il buio completo, chiusi gli occhi e rimasi in ascolto. Attraverso le pareti di cartone potevo udire il canto degli uccelli, le onde del mare che accarezzavano la riva, voci deboli, il rombo dei motori delle barche. Era come se tutto fosse stato spostato lontano da me, fuori della mia portata. Riuscivo a distinguere ogni singolo suono, ma la totalità, il mondo, era sparito e non potevo raggiungerlo.
Mi stesi, fingendo di essere in un altro tempo. La lama di luce cadeva come una cintura sottile sui miei fianchi. Intorno a me c’erano castelli, arene per tornei. Le voci che udivo erano le urla di cavalieri. Spade sguainate. Se avessi aperto, avrei trovato il mio cavallo ad attendermi lì fuori. Attraverso il soffitto vidi pterosauri calarsi dal cielo, volteggiare intorno alla scatola, ma non potevano entrare. Forse non la vedevano, forse ero invisibile.

Qualcuno bussò sulle pareti e aprii gli occhi. La lama di luce era poco sopra le mie ginocchia.
“C’è qualcuno in casa?”
“Io.”
“La cena è pronta nella grande casa.”
Mi misi in ginocchio e strisciai fuori. Il sole del pomeriggio era intenso. Il vago brusio elettrico dell’estate mi riportò alla realtà. L’odore della segatura sulla tuta da lavoro di papà. Dentro alla scatola non c’erano odori.
“Come va?” mi chiese.
“Bene” risposi.
Passò una mano sulle pareti di cartone.
“Non c’è un altro posto” disse. “Se piove, be’ allora…” Scrollò le spalle. “Potrai usarla finché dura. O credi che dovremmo coprirla con un telone?”
“Non so.”
Papà annuì.
“Dobbiamo sentire le previsioni” disse alzando lo sguardo al cielo. “Non dovrebbe piovere per qualche giorno. Male per le patate.”
“Bene per la scatola.”
“Sì.”
Lo seguii in casa.

Il giorno dopo, quando papà partì per andare al lavoro, mi avvicinai alla scatola. La rugiada non era ancora evaporata e la superficie era umida, leggermente rigonfia qua e là. Lì, al centro del giardino, sembrava strana, quasi fosse caduta da un’astronave. Tutto intorno era così diverso.
Nel capanno degli attrezzi c’era il telaio di un vecchia carrozzina che papà aveva conservato per usare le ruote in caso avessi voluto costruire un’auto giocattolo. Alzare la scatola e posarla sulla carrozzina non era stato facile, ma ancora più difficile era tenerla sopra in equilibrio. Tentai diverse volte senza riuscirci e, visto che continuava a cadere dopo pochi metri, mi venne l’idea di metterci dentro dei sassi. Dovevo tirare la carrozzina, per vedere dove stavo andando. La scatola rotolò giù un po’ di volte. Impiegai sicuramente un’ora per trascinarla fino al sentiero che portava al mare, e lì le cose divennero ancora più difficili. Il sentiero era stretto e gli alberi così fitti che i rami ne graffiavano i lati, minacciando di farlo cadere da un momento all’altro.
Alcuni adulti arrivarono dalla direzione opposta.
“Ciao, stai cambiando casa?” disse uno di loro scherzando.
Un altro si offrì di aiutarmi, ma scossi la testa. Non volevo che sapessero. L’ultimo tratto, nella foresta, lasciai la carrozzina, tolsi i sassi e iniziai a trascinare la scatola. Era più facile. Avevo preso la carrozzina per legittimare in qualche modo il lavoro. Un bambino che trascina una scatola su un sentiero può creare sospetti. Questo lo sapevo.
Nella foresta non c’era nessuno che potesse fermarmi. Ne avevo afferrato un lato e la scatola scivolava docilmente sull’erba e sul muschio. Non appena sentivo la minima resistenza, mi fermavo e controllavo. Spostavo i rami e la mettevo di traverso per evitare un masso. Quando raggiunsi la mia meta, la scatola era ancora intatta.
La mia vecchia capanna, costruita con bastoni e rami di abete, era avvizzita. La corteccia intorno era grigia e sembrava solo un ammasso di rami secchi. Impiegai una buona mezz’ora a ripulire. Poi sistemai la scatola.
Feci alcuni passi indietro. Era fantastico.
La scatola creava un nuovo mondo nel mondo. La sua forma geometrica nel caos della foresta era opera mia. La mia creazione, il mio ordine. La scatola mi rendeva il signore di quel luogo. Quella era la mia casa. Le porte erano aperte; bastava entrare.
Mi affrettai a tornare a casa con la carrozzina, in cucina presi una bottiglia di succo, alcuni biscotti e un rotolo di nastro adesivo e tornai di corsa alla mia casa. Poi passai lì il pomeriggio, intorno e dentro la scatola. Con il nastro adesivo potevo chiuderla completamente, escludendo la luce.

“Dov’è finita la scatola?”
“L’ho spostata, papà.”
“Mm?”
“Posso dormire lì questa notte?”
“Nella… scatola?”
“Sì.”
Papà sbucciò una patata bollita e la mise nel mio piatto. Sapevo farlo da solo, ma ci avrei impiegato il triplo del tempo. Papà guardò fuori dalla finestra. Il cielo era azzurro e non si vedevano increspature sull’acqua.
“Sì, puoi farlo” disse. “Ma voglio sapere dove sei. Fra l’altro, come hai fatto a spostare quel gigante da solo?”
“Con la carrozzina. Ora è a Sjöängen, nella foresta.”
“Vicino a Bogefors?”
“Sì.”
“Bene, adesso so dov’è” disse fissandomi. Per un attimo ebbi l’impressione che fosse triste. Poi passò. Sorrise e aggiunse: “Sarà meglio mettere il sacco a pelo sul balcone così prende un po’ d’aria.”

Insieme andammo a prendere il sacco a pelo, che era rimasto nel ripostiglio a lungo, e lo stendemmo sulla ringhiera del balcone. Papà cambiò le pile della grande torcia elettrica e io preparai dei panini e una bottiglia di succo e misi tutto nello zaino insieme ad alcuni album di Tintin.
Papà era seduto sulla veranda, leggeva una vecchia rivista. Mi fermai davanti a lui con il mio zaino e un cuscino sotto braccio per fargli vedere che ero pronto. Socchiuse gli occhi alla luce del sole basso e annuì.
“Bene. Allora sei pronto.”
“Sì, sono pronto” risposi.
Non c’era molto altro da dire. Quando tornava a casa o quando andava al lavoro ci abbracciavamo sempre. Ma quella non era una circostanza per farlo. Rimasi sorpreso quando si alzò e mi prese fra le braccia.
“Fai attenzione, mi raccomando” disse.
“Certo” risposi. “Tornerò a casa domani mattina.”
“Sì. Lo so.”
Mi avviai e papà si rimise a sedere, dietro di me sentii il gemito delle molle della vecchia poltrona. Mi girai un’ultima volta, salutando con la mano. Rispose al mio saluto. Gli occhiali che gli erano scivolati sul naso riflettevano i raggi del sole e la veranda sembrava calda e accogliente. Lo ricorderò sempre così.

La radura era avvolta dalla penombra. Srotolai il sacco a pelo, infilai dentro il cuscino e misi le provviste in un angolo. Poi stesi il sacco a pelo e iniziai a leggere un album di Tintin, guardando di tanto in tanto i tronchi e i rami degli alberi che il crepuscolo scuriva. Non facevo giochi di fantasia; quello che mi circondava bastava.
La luna apparve fra i rami. Un volto pallido, metallico, che si districava fra le dita scheletriche degli alberi per raggiungere il cielo, per dare un’occhiata al bambino nella scatola. Prima che raggiungesse quel punto, la richiusi. Feci alcuni buchi per l’aria e accesi la torcia elettrica. La grande differenza rispetto a dormire in una tenda era che niente si muoveva. Niente sbatteva a vento, nessuna ombra passava all’esterno. Nessun contatto con la terra. Soltanto le pareti lisce, tutte uguali. Avrei potuto essere in qualsiasi luogo.
Continuai a leggere Tintin finché le palpebre non iniziarono a chiudersi da sole, spensi la torcia elettrica e mi infilai nel sacco a pelo. Il buio era completo. Aprii e chiusi gli occhi, non notai alcuna differenza. La luna doveva essere ormai alta adesso e, con tutta probabilità, il suo occhio fisso aveva colorato la radura di azzurro. Ma la luna non poteva vedermi. Chiusi gli occhi.

Forse dormivo, forse no. Se dormivo, ero stato svegliato da un rumore. Qualcosa si muoveva sui rami secchi, sull’erba. Si stava avvicinando. Misi le dita sugli occhi per controllare che fossero aperti. Sì. Il tocco dei polpastrelli bruciava. Allungai una mano e presi la torcia, ma non si accese.
Trattenni il respiro. Sembrava che la cosa lì fuori si fosse fermata, per poi riprendere a muoversi verso la scatola. Adesso potevo sentirne il respiro; era profondo e lento, vidi davanti a me un animale enorme. La testa mi girava per la mancanza di ossigeno, inspirai lentamente, respirai a bocca aperta e misi le nocche della mano in bocca.
Non era un cavallo o una mucca. Grande così. Molto più grande di un essere umano. Si sentivano dei passi. Ma la cosa che si muoveva verso il mio giaciglio camminava su due zampe. Non so come facevo a saperlo con esattezza, ma c’era qualcosa nell’intervallo fra un passo e l’altro, il modo con cui i piedi si posavano sull’erba e sulle foglie secche.
Continuai a fissare inutilmente la parete di cartone, nella direzione da cui la creatura si stava avvicinando. Soltanto buio. Chiusi gli occhi e stelle rosse esplosero sotto le mie palpebre. La creatura era arrivata davanti alla scatola. Il cuore batteva all’impazzata e avrei voluto gettarmi contro il lato chiuso con il nastro adesivo e mettermi a correre, correre.
Il respiro era talmente chiaro che avevo l’impressione di sentire il calore dell’alito sul viso. Mi girai lentamente, allungai una mano finché le dita non toccarono la parete di cartone. Le lasciai lì e rimasi in attesa.

Mi aspettavo un colpo, una scossa improvvisa e uno squarcio nella parete sottile, e di ritrovarmi faccia a faccia con una creatura su due zampe che non era un essere umano. Ma non accadde nulla. Tutto era calmo. Aprii la bocca e mi azzardai a respirare.
E allora accadde. Dapprima era solo una debole vibrazione sui miei polpastrelli, poi udii il fruscio sul cartone. Chiunque fosse dall’altro lato stava passando la sua mano sul cartone. Lentamente, come un carezza. Sentivo la pressione della sua mano, la parete si piegò leggermente quando passò sotto le mie dita. Rimase lì un attimo, poi si staccò.
Rimasi con le dita contro la parete, in ascolto. I passi si allontanarono sull’erba. I muscoli delle mie gambe erano duri come il legno, ma rimasi disteso finché non fu più possibile distinguere i passi dal brusio delle cime degli alberi. Allora staccai la mano dalla parete e mi rannicchiai nel sacco a pelo.
Mi aveva lasciato.
Note
Traduzione di Giorgio Puleo
(Prefazione aggiunta in seguito)
.Chiudi .Stampa .Segnala