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Il Buio  Testo in lingua originale 
.Andrew Sean Greer
Com’erano loro il primo giorno?
Come eravamo tutti.

Quale fu la prima cosa che fecero?
Quello che facemmo tutti: aprirono la finestra. La aprì Helen, la finestra della camera da letto. Il vento spinse fuori la tenda di pizzo nell’aria fredda, come un fazzoletto agitato da qualcuno, e videro.

Cosa pensarono che fosse?
Un errore dell’orologio; un blackout notturno; l’effetto dei diabolici sonniferi di Louise (che ogni sera l’abbattevano come si taglia un albero), che forse l’avevano trasformata in una sonnambula che spostava le lancette; una nuvola. Passarono mezz’ora a cercare di capire se avessero perduto il lume della ragione; erano anziane, dunque non era impossibile; a entrambe era capitato di smarrire qualcosa, e senza poi raccontarlo a nessuno avevano passato un’ora, in una camera d’albergo, a cercare le chiavi, solo per ritrovarsele poi in tasca. Ben presto, tuttavia, la radio le informò che non erano impazzite. Il cielo, invece, sì. «Com’è possibile che sia il pulviscolo nell’aria?» si domandò Louise. Si sedette sul divano, troppo spaventata, forse, per tornare alla finestra. Ogni luce della casa era accesa, una parodia del mattino.
Helen, coraggiosa, si sedette vicino alla finestra. «Dicono che sia successo così dopo il Krakatoa, ottant’anni fa», disse. «La cenere era talmente fitta che rimasero al buio tre giorni interi».
«Ma adesso non è successo niente. Non dicono che è successo qualcosa».
«Hanno detto che non c’è pericolo. Il sole non è sorto, tutto qui».
«Ci vai a scuola?»
«Credo di no. Tu pensavi di andare al lavoro, oggi?»
«Non lo so».
Helen guardò fuori nel buio, e rabbrividì. Per strada i più giovani camminavano sotto i lampioni spenti, alcuni con una torcia elettrica o una lanterna, e ridevano. Non c’era nemmeno un vecchio, non con quella confusione, non con i marciapiedi in fermento come nei giorni di festa, e con i lampeggianti della polizia dappertutto. Nell’appartamento di fronte Helen intravide una coppia che faceva colazione a lume di candela.
Erano le nove del mattino, ed era buio pesto.
«Non è niente, sono sicura», disse Helen. «Non è ancora il momento di preoccuparsi».
Eppure guardò Louise sul divano, la sua cara Louise, la sua dolce ragazza dai capelli bianchi, che strofinava col dito una macchia sul tavolino da caffè, e sebbene non fosse ancora il momento di preoccuparsi si mise a piangere, perché non poté trattenersi.

Quando decisero di andare via?
Dopo i tumulti, circa due settimane più tardi. Quella sera Louise e Helen erano andate a cena fuori, in centro, ed era solo la seconda volta che uscivano a mangiare dal primo giorno di buio, e ancora non erano sicure di far bene. Temevano che fosse poco serio farsi vedere in una stanza piena di lampadari, specchi e persone povere che servivano persone più ricche. Per Louise, tutti dovevano essere in lutto.
«Bisognerebbe coprire gli specchi», disse agli altri commensali, che erano l’agente letteraria di Louise, suo marito e il loro amico Peter. «Strapparci le vesti. Non credete? Non dovremmo sentire dei lamenti funebri?»
«Ma senza gli specchi non ci resterebbe più niente!», disse Peter. Era come un personaggio da commedia o da vecchio film: lo scapolo mattacchione.
L’agente scosse la testa. La luce brillò sui suoi occhiali. La luce brillava in ogni cosa: le posate, i piatti, i cristalli, i lustrini e gli orecchini e le perle; era così bello che non si poteva descrivere. Simile, forse, alla gabbia di un uccello raro: l’ultimo della sua specie. «Una nostra amica è cieca», disse il marito dell’agente.
Helen si sorprese a ridere. «Oh, non avevo pensato ai ciechi! Non sono fortunati?» Con aria assente bevve un sorso di vino dal bicchiere di Louise, che la guardò.
L’uomo continuò, parlando seriamente; era una persona molto seria, molto emotiva. «Dice che lei è contenta. Dice che si odia, per questo, ma il fatto che noialtri pensiamo che il mondo finirà la diverte. Perché per lei è rimasto uguale».
«Non può essere», disse Louise. «Lo sentirà che non c’è sole, e gli uccelli, che non si svegliano mai...».
«Per lei, è sempre lo stesso mondo».
Peter alzò un sopracciglio e disse, «E ci sono pure continui blackout».
«È una stupidaggine» disse Louise. «Mi dispiace, Frank, ma è così».
La sua agente mise la mano sul polso di Louise. «Louise, non essere noiosa».
Louise guardò la sua compagna. «Helen?»
Un attimo dopo si ritrovarono circondati da grosse schegge di vetro, e da cento, assai più di cento giovani che correvano per la strada, e... sembravano torce, e lanterne, e certo già avevano dato fuoco a qualcosa, per strada, prima che tutti avessero il buon senso di alzarsi e correre nel retro del ristorante. Sembrò che succedesse a un tratto, e tuttavia ci volesse un tempo estremamente lungo; era impossibile ricordarlo nel modo giusto. Louise ricordava solo che, quando si era ripresa da quella fuga precipitosa, si era ritrovata contro il muro col tovagliolo in una mano e la forchetta nell’altra. Come la rete e il tridente di Nettuno, avrebbe raccontato poi. Sono una donna inutile, si era detta.
Passarono la notte in casa della sua agente, su un materasso gonfiabile. Peter dormì sul divano del soggiorno. Da fuori arrivava il basso lamento delle strade in rivolta, come quello di un mostro che veniva domato. «Sembra uno scontro intergalattico», bisbigliò Helen baciando la sua innamorata.
«Non mi sono mai sentita così vecchia».
«Smettila. Hai cinque anni meno di me».
«Conosci quella poesia di Byron?»
«Dormi un po’. Vedremo come va domani. Se hanno sospeso le lezioni, possiamo andare da Nathan». Era il figlio di Louise.
«“Ho fatto un sogno”», disse Louise, a bassa voce. «“Che non era solo un sogno… Il sole si era spento, e le stelle…” o qualcosa del genere. Non ricordo».
«Zitta, ora».
«“Ho fatto un sogno che non era solo un sogno…” Oh, come fa poi?»
«Zitta».
Il mattino dopo la situazione non era affatto migliorata, e così se ne andarono.

Come si erano conosciute, Helen e Louise?
Si incontrarono due volte, prima di innamorarsi. La prima quando erano molto giovani, poco più di vent’anni, e insegnavano entrambe in una scuola femminile del Connecticut; fu la breve passione di due giovani donne in trappola, fatta di baci scambiati in una stanzetta in fondo alla biblioteca, poi fu tutto dimenticato. La seconda volta fu molti anni più tardi, quando Louise era sposata con Harold Foster, il compositore, e si incontrarono a una raccolta di fondi per l’università di Helen; Helen vide una donna con un vestito rosa che discuteva, un po’ alticcia, con un uomo inacidito; continuò a fissarla, e finalmente Louise si voltò, sbigottita, e incontrò lo sguardo di Helen per un attimo che la lasciò senza fiato – per Helen fu quasi come avere in mano qualcosa di brillante e fantastico, un ditale colmo di mercurio – finché il rettore non cominciò a parlare. Quando tutto fu finito, Helen scoprì che Louise era andata via con il marito perché non si sentiva bene. Era rimasto solo il vecchio inacidito.
La terza volta fu per strada, a New York, d’inverno; le foglie erano già diventate gialle, poi marroni, e poi erano cadute, e così gli alberi che in estate avevano fatto ombra alle grandi strade ora non si vedevano più – ed Helen pensava lo stesso di sé, mentre camminava per la Second Avenue, il genere di donna che non riesce a fermare un taxi, urtata di continuo dai giovani che correvano sul marciapiede; questo pensava di sé: una vecchia invisibile, con una giacca a quadri marrone.
La luce cambiò; un’auto puntava dritta verso di lei, che si preparò all’impatto. Poi arrivò Louise. Dapprima nemmeno si accorse di Helen. Louise era ferma su un angolo, con una giacca lunga di lana bianca, e con in mano un mazzolino di giaggioli fuori stagione cercava di fermare un taxi. La piccola Louise, con la mano minuscola che appena spuntava da quella grande manica, come un maggiordomo che suona la campanella per la cena in una stanza troppo rumorosa; come lui, senza speranza.
Helen scandì il suo nome.
Louise non la sentì o, piuttosto, ritenne impossibile che qualcuno nella Second Avenue stesse parlando con lei.
Più forte, allora: «Louise. Ti ho trovata».
Si voltò. E’ incredibile la vita, come si sposta solo un po’ e scopre qualcosa, nelle pieghe delle sue vesti, che prima non si era notato, ma che è sempre stato lì; come si volta, proprio come fa una persona e ti mostra un viso che un tempo avevi imparato a memoria tra le chiacchiere di una festa noiosa, imparato a memoria come per un esame, e adesso eccolo, molti anni più tardi del previsto: l’esame.
«Helen», disse. Senza alcuna sorpresa. Un volto pallido, raffinato, coperto della sottile ragnatela degli anni, il naso all’insù, altero, e lei ammorbidita da qualche chilo in più, una foto ritoccata della donna a cui Helen aveva fatto una promessa, tanti anni prima. Non le sarebbe più importato incontrare di nuovo quella ragazza, quella sciocca ragazza che si era allontanata da lei in una stanza rischiarata dal bagliore della neve, aveva sposato un uomo più anziano, ed era andata a un ricevimento con un vestito rosa, da stupida; Helen era troppo vecchia perché le importasse di una donna così. Ovviamente, però, quella donna non esisteva più. Esisteva solo questa, questa Louise, sul marciapiede con un mazzolino di fiori e nessuna sorpresa dipinta sul volto: «Helen».
«Per chi sono i fiori?»
«Per me» rise. «Senza motivo».
Un mese dopo Louise si trasferì nell’appartamento di Helen. Non spiegarono la situazione a nessuno; quando gli amici domandarono, in privato, come si erano conosciute e avevano unito le loro vite così all’improvviso, entrambe si comportarono come se fosse una cosa che era stata decisa molto tempo prima.
E a quei loro ricordi, naturalmente, in seguito avrebbero sempre aggiunto una cosa. Pensarci allora sarebbe stato ridicolo; quasi come ricordare che attimo per attimo i polmoni si erano riempiti e svuotati d’aria, o che il cuore aveva pompato, come doveva, la sua razione di sangue. Splendeva, fioco, in ogni loro ricordo: il sole.

Quando se ne andarono, che cosa lasciarono?
Helen lasciò il lavoro a maglia, i dischi, le scarpe da corsa, l’ archivio, il materiale per le sue ricerche, le piante (che già stavano morendo), le pietre e le conchiglie raccolte tanto per fare su spiagge straniere e poi conservate, con amore, senza uno scopo, e tutte le collane e gli orecchini e i fronzoli scintillanti che le avessero mai regalato. Sarebbe stato facile prendere quelle cose, ma non c’era tempo da perdere, e lei era il genere di donna orgogliosa della propria efficienza, forza d’animo, risolutezza; e così molti piccoli oggetti, che sarebbe stato semplice raccogliere senza pensarci troppo, furono lasciati indietro nello spirito troppo altezzoso della profuga.
Se aveste domandato a Louise, alcuni anni dopo, che cosa aveva abbandonato, sarebbe riuscita soltanto a fissarvi con rabbia, e a dire: «I miei libri».
E le belle scatole da scarpe colme di fotografie ammucchiate alla rinfusa. E il divano color Ovomaltina pieno di bozzi che avevano comprato insieme prima che Louise diventasse di ruolo, e sempre voluto cambiare. E, nel frigo, la marmellata che un’amica aveva fatto quell’estate: di fragole. E la vecchia fede nuziale di Louise. E i quadri sulle pareti, opere di amici membri di cerchie di artisti fuori moda. E il topo sotto la lavastoviglie. E il ragazzo che abitava di sopra e che finalmente, dopo tanto chiasso, aveva imparato a suonare al pianoforte The Entertainer. E l’ombra che di prima mattina la finestra proiettava sul letto, una nitida croce con uno dei vetri rotto, la prima cosa che vedevano ogni giorno, e che avrebbero potuto disegnare a memoria sul copriletto. Ma le ombre, naturalmente, ormai appartenevano al passato.

Dove andarono?
Nel cuore della Pennsylvania. Portarono con loro Peter, e lui volle per forza prendere dei libri, venti, e così le rallentò. No so descrivere quanto ci misero a uscire da Manhattan, quei lampioni così bizzarri, l’interruzione di corrente nell’Holland Tunnel, come se stessero trivellando (il più lentamente possibile) verso il centro del mondo, duro come un diamante – Helen continuava a fissare la spia del carburante, perché alla radio già avevano detto che la benzina sarebbe stata razionata, insieme alla legna da ardere e alle verdure, a partire dal giorno dopo. E ciò spiegava la folla, il panico. Peter, fumando fuori dal finestrino, disse: «Oh, al mercato ci sarà il caos». E continuarono, un chilometro dopo l’altro, al buio.
«Andiamo da Nathan», seguitava a ripetere Helen. «Andiamo da Nathan, in Pennsylvania, e andrà tutto bene».
E appena oltrepassato il confine di Stato, dietro a una curva, s’imbatterono in qualcosa di incredibile: una chiazza brillante di luce diurna.
«Oh Dio!» esclamò Peter. «Oh Dio!»
Non era la luce del giorno, però – del giorno aveva solo lo splendore, la gioia semplice, ordinaria. Si muoveva col vento come un lenzuolo steso ad asciugare. Era questo: un’intera foresta incendiata.
Le macchine incolonnate passavano accanto a quella cosa terribile come lumache, mentre gli elicotteri volavano tra le fiamme come api tra i fiori, e le autopompe spruzzavano lunghi getti scintillanti, come fontane, che all’istante si trasformavano in fumo e vapore. Tutto, infine, era illuminato e caldo, e per quanto tremendo loro si sentivano riconoscenti; era difficile non applaudire chiunque fosse stato. Ora guidava Peter, e andavano così piano che lui disse: «Scendete, voi due, scendete a guardare, vi riprendo tra poco», e loro scesero e rimasero insieme a dozzine di altre persone con le mani per aria, come se fossero pronte ad afferrare qualcosa, e si guardavano dietro le spalle e ridevano delle proprie ombre che per un breve momento erano resuscitate e rispondevano al loro saluto, e poi tutti, finalmente, guardarono qualcosa che i loro occhi a stento sopportavano: quello che Helen, sorridendo (Louise, invece, si lamentava), chiamò “il sole prodigo”. Ci vollero un paio di minuti per distinguere, in quella luce sublime, nascoste in mezzo ai pini e al loro crepitare, le croci di legno delle finestre di una casa.

Non hai mai raccontato la versione di Louise del loro incontro.
Se della vita si salvasse tutto, e non scordassimo niente, lei avrebbe ancora con sé il profumo dei capelli di Helen nel 1968, quando avevano entrambe vent’anni e insegnavano alla San Margaret – Helen storia, Louise letteratura – ed erano immobili nella stanzetta in fondo alla biblioteca (illuminata soltanto da una finestra, e dal bagliore della neve) mentre Louise annunciava il suo fidanzamento con Harold Foster. Sarebbero andati a Harvard. Il profumo biondo dei capelli di Helen quando si abbracciarono. E quello dei granelli di polvere nell’aria, fermi, imprigionati dall’elettricità statica. L’orologio nel taschino di Helen, sul seno, che premeva tra loro come un tumore. Il brivido di passione in quel bel corpo – ormai passato del tutto, passato o dimenticato. Ma come potrebbe una donna anziana dimenticare ciò che Helen le sussurrò allora, quando erano molto giovani? Ciò che le sussurrò appena nell’orecchio, prima di uscire – che un giorno l’avrebbe trovata – e Louise rimase sola in quella stanza, a guardare lo splendore dei cumuli di neve, con la sensazione di diventare cieca?
E alla festa: la sensazione di qualcuno che le dà un colpetto sulla spalla, e poi una donna furiosa che la guarda dall’altra parte della stanza; la fece star male, e dovette fingere un’emicrania per convincere il marito ad andar via.
E sulla strada, rimasta vedova: le foglie portate dal vento che graffiavano il marciapiede, il profumo bagnato dei fiori, la luce rossa come l’occhio di un ciclope e, dietro di sé, una voce: «Ti ho trovata».

Rimasero a guardare l’incendio?
Dovevano arrivare da Nathan, anche se fu difficile staccarsi da lì, anche dopo aver visto la casa che bruciava tra gli alberi in fiamme. «Non siamo forse tutti Effimere?» bisbigliò Louise, ridendo, nervosa. Di nuovo in macchina descrissero l’incendio a Peter, che faceva di sì con la testa, e viaggiarono così, in silenzio, per parecchio tempo, finché nemmeno voltandosi indietro distinsero più l’incendio, se non come un bagliore riflesso contro le nubi, e davanti a loro ci furono soltanto le foreste che ancora nessuno aveva bruciato e quelle manciate di luci che sapevano essere case.
«“Ho fatto un sogno”», disse Louise dopo un po’, a voce bassa. «“Che non era solo un sogno”».
Peter diede un segno di assenso dal posto di guida. Helen non disse niente, ma guardò il nero su nero degli alberi contro il cielo.
«“Il sole si era spento, e le stelle vagavano nel buio, nello spazio eterno”».
«Che meraviglia», disse Peter.
Helen disse, «Continua».
«Dice... ah», disse Louise, «“Senza raggio né via la terra gelida ruotava cieca e si oscurava nel cielo senza luna. Il mattino andava, e veniva, e tornava, ma non portava giorno, e gli uomini scordarono le loro passioni, per paura di tanta desolazione. Ogni cuore congelato in una preghiera egoista per la luce”».
Helen disse, «Gli uomini scordarono le loro passioni. Non vedo come potrebbe succedere».
Lungo la strada non c’era una luce, né altrove, in tutto il panorama.
Louise disse, «Non ricordo il resto. Forse Nathan ne ha una copia».
Peter abbassò un po’ il finestrino, e lasciò entrare il freddo profumo degli alberi. «Mi domando che faranno a New York quando avranno finito la legna».
«Per il fuoco, vuoi dire?» domandò Louise.
«Io non ce li vedo gli uomini a dimenticare le loro passioni», disse Helen. «E non so più che cosa sia la paura».
«E quando resteranno senza candele», spiegò Peter. Distinguevano solo i suoi occhi, nello specchietto retrovisore.
Helen gli disse: «Non resteranno senza candele. A New York non si resta senza certe cose».
«Prima o poi succederà. Sono rimasti senza verdura, no? E senza benzina».
Lei si avvolse nel suo scialle. «Io non mi preoccupo per New York».
In quel riquadro di specchio, lo videro sbattere gli occhi, ansioso. «Pensi che bruceranno le cose? Come la foresta che abbiamo visto?».
«Io lo so che cosa faranno», disse piano Louise.
Helen le prese la mano e scosse la testa, mentre guardava le sagome lungo la strada, cose rimaste al buio da giorni. «Non mi preoccupo per quello, New York sa badare a se stessa. Non mi preoccupo nemmeno per la paura. Cosa hai detto, tesoro?».
«Io lo so che cosa faranno».
Louise tolse la mano da quella di Helen e se la portò alla guancia, come se qualcosa l’avesse colpita. Le dita dell’altra mano cominciarono a stringersi a pugno intorno al bracciolo. Guardò avanti. Una delle rare macchine che si avvicinavano illuminò l’abitacolo, e i suoi capelli bianchi. Louise disse che avrebbero bruciato i libri.
«Lou…».
Louise aveva un’espressione gelida. «Prima di bruciare i mobili, bruceranno i libri. Prima delle tende e delle lenzuola e delle vecchie lettere. Fanno sempre così».
Peter e Helen non dissero niente.
«Fanno sempre così», ripeté Louise, alzando la voce. «Tireranno giù il Moby Dick che hanno comprato al liceo, e che li guatava da quello scaffale, e lo getteranno nel camino, e proveranno una specie di… sollievo! soddisfazione! …lo accenderanno e ci metteranno intorno i bambini e non gliene importerà nulla». Strinse il bracciolo con la mano sinistra, ma non guardò nessuno di loro. «Don Chisciotte. Huckleberry Finn. Magari una catasta intera. Perché no? Se tanto non c’è luce per leggere, perché no? Dopo tutto, questi sono i Secoli Bui».
«Lou, non...».
Louise era seduta dietro come una regina, coi fari che illuminavano i suoi capelli splendenti come ghiaccio, il suo profilo irregolare e furibondo, le sue labbra socchiuse. Aveva di nuovo quello sguardo negli occhi, una lucentezza che non era un riflesso ma una luce propria, come la neve sul fianco della collina ha una luce propria; una luce segreta, una follia, come se quella vecchia poetessa dai capelli bianchi fosse capace di qualcosa di terribile, il che avrebbe significato che lo eravamo tutti.
«Bruceranno i libri», ripeté, e poi gridò, senza parole.
L’altra auto li superò, e loro piombarono di nuovo nell’oscurità, la vecchia oscurità. Peter adesso udiva solo un movimento sul sedile posteriore, forse una specie di lotta, e forse qualcuno che piangeva, e poi silenzio mentre i suoi occhi si sforzavano di guardare le due vecchie nello specchietto retrovisore.

Cosa vide?
Un ricordo della sua fanciullezza:
Due oggetti al buio, stretti in un abbraccio silenzioso. Quando andava a cercare la spazzola per capelli di sua madre, sulla toeletta, la trovava sempre appoggiata sul dorso col pettine d’argento infilato tra le setole. Una natura morta davanti alla quale si svegliava spesso, nei suoi attacchi di sonnambulismo. Una vecchia signora e la sua innamorata, strette l’una all’altra, il suono di una di loro che piange, non sapeva dire quale, e niente dietro di loro, solo un finestrino senza luce, uno specchio, il riflesso dei suoi occhi spalancati, un ricordo. Un pettine infilato in una spazzola. Se le guardava, avrebbero aspettato. Avrebbero aspettato, quelle cose d’argento, immobili, fino all’alba.

Dimmi: ce la fecero?
In un modo o nell’altro.
Partecipa alla serata del
.26 maggio






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