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Bestiario della terra della luna  Testo in lingua originale 
.Ermanno Cavazzoni
Quando la luna è piena, dicevano gli antichi, e scendono sulla terra i suoi vapori e la sua umidità, molti animali perdono la testa, ululano, o muggiscono, o se sono pesci tacciono disperati ancora di più, dice Eliano; ed è in queste notti che specie diverse s’accoppiano, generando animali di natura mista: la sirena (donna e pesce), l’ippocentauro, l’anfisbena, la iena, la scimmia (dice Eliano), la balena eccetera. Leggerò cosa si dice di loro, di questi esseri misti che risiedono in terra, ma che come padre hanno la luna. E sentirete le musiche che in quelle notti si sentono, e favoriscono i parti contro natura.

Ippocentauro
L’ippocentauro (cavallo con torace e testa di uomo) è un animale impossibile, dice Lucrezio (De rerum natura, V, 878), perché a vent’anni la parte umana sarebbe nel pieno della giovinezza, mentre la parte cavallina sarebbe già vecchia. Ma non è un buon argomento, perchè l’ippocentauro è così consolidato come animale fantastico che probabilmente ha una sua fisiologia intermedia tra l’uomo e il cavallo; in sostanza il cervello è dell’uomo e l’apparato riproduttivo del cavallo. E essendo umano di mentalità non disdegna le femmine umane, infatti si danno casi frequenti di rapimenti, mentre non è mai giunta notizia che un ippocentauro andasse in un allevamento e montasse una giumenta in calore. Si noti che non ci sono ippocentauri femmina, ma solo maschi. Dunque come si generano? È verosimile discendano (per quel che si sa) da una donna umana congiuntasi con un cavallo in una notte di luna. E questo per la verità non è cosa infrequente. Anche al giorno d’oggi fa parte dei sogni venerei femminili, di trastullarsi con un cavallo, allevarlo, accarezzarlo; mentre gli uomini è difficile si erotizzino con una cavalla, la quale infatti non figura nel repertorio dei pornovideo correnti.
Dunque una donna ama un cavallo e si congiunge con lui. Dopo nove mesi nasce l’ippocentauro, il parto è difficile, la donna non sa come giustificarsi; il padre non è noto, scrivono in ospedale. Gli danno il cognome della madre. Dopo un solo giorno dal parto l’ippocentauro galoppa già per i corridoi dell’ospedale, perché così fanno anche i puledri, sanno già camminare d’istinto poche ore dopo la nascita per seguire il branco nella steppa sconfinata. All’ospedale non sono abituati, però un ippocentauro piccolo fa tenerezza e tenerlo in culla non è possibile, perché scalcia e balza fuori nitrendo. La madre lo allatta e non parla, conscia della sua colpa e della sua debolezza, e non sa neppure accusare un cavallo preciso. E d’altronde poi nessun cavallo verrebbe lì premuroso ad esprimere il sentimento paterno. Le mandano allora (alla madre) uno psicologo, ma lei piange e ripete: “Come ho potuto?” Le mandano un prete, che chiede se lo vuol battezzare. La madre dice: “è un essere mitologico, è meglio che cresca pagano”. Intanto il piccolo ippocentauro galoppa in mezzo alle infermiere che son divertite, va su e giù per le scale, passa con gran rumore di zoccoli nella corsia dei lungodegenti, che però così stanno allegri, per quanto possono. La direzione vuole dimetter la madre e l’ippocentauro, soprattutto l’ippocentauro, perché in ospedale non sono attrezzati alla mitologia e allo scalpitare di zoccoli. E così segue la triste storia dell’ippocentauro nel mondo moderno, per il quale non c’è un posto naturale nella classificazione zoologica, come nell’antichità, nè un posto geografico; la Tessaglia è oggi una regione amministrativa della Grecia, la quale fa parte dell’Unione Europea, tutta coltivata e con piccole industrie, turismo, tecnologia; perfino gli asini sono quasi scomparsi, e gli ultimi muli li ha dismessi l’esercito. Ci sono gli animali selvatici, ma un ippocentauro non può essere abbandonato nel parco del Gran Paradiso (ad esempio), tenuto conto che è un animale che parla, ragiona; nella tradizione gli ippocentauri fanno i pedagoghi; Chirone è stato maestro di Esculapio, e gli ha insegnato musica, medicina, chirurgia; e poi maestro d’Achille. Nel mondo d’oggi un ippocentauro potrebbe fare il pedagogista; però sarebbe una pena, tenerlo seduto a una cattedra, e inoltre sono anche stati un simbolo d’ira, con tendenza al bere, e alle risse. Invitati a un pranzo di nozze dai Lapiti, si legge in Omero (Odissea, XXI, 295 ecc.), hanno bevuto troppo e hanno incominciato ad offendere, infastidire le donne, menare le mani. Così un ippocentauro messo seduto a fare il pedagogista, scalpiterebbe con il suo di dietro; un pedagogista deve essere comprensivo, metodico, interculturale; un ippocentauro si presenterebbe ubriaco, calci a destra e a sinistra, come metodo suo pedagogico, e poi urla, nitriti, cacche in giro, mosche, tafani, liti coi direttori didattici, tradizionalmente gli ippocentauri hanno arco e frecce; ebbene: i direttori didattici inseguiti a colpi di frecce, e così un eventuale ispettore ministeriale. Nel mondo moderno non c’è posto per loro; già non c’era posto nella Roma antica, cioè erano già una rarità, Plinio dice di averne visto uno conservato nel miele, mandato a Roma dall’Egitto come cosa introvabile e meravigliosa. Le donne non si accoppiano più con i cavalli, e se succede, interrompono la gravidanza, su consiglio anche del servizio sanitario sociale. L’ippocentauro aveva voce un po’ umana e un po’ cavallina, come certi presidi antiquati di scuola media, che gridano mentre la classe è in tumulto: sibi, suique, seipse... spero, promitto, iuro...

Rèmora
La rèmora è uno strano animale, chi lo dice grasso e nero come un’anguilla (Eliano, II, 17), chi (Plinio, IX, 41) piccolo e dimorante tra le rocce del fondo marino. In greco si chiama echeneis “che trattiene le navi”. Se si attacca alla chiglia di una nave, la nave non va più avanti. Non si sa perchè lo faccia, forse per ubbidire alla luna. Anche se remano tutti i rematori, la nave sta ferma come fosse ancorata; allora si manda giù un ragazzo che nuota sotto la nave a cercare la rèmora. Ma la rèmora ha il potere di fermare tutto, anche le cause legali, attaccandola al banco del giudice in tribunale; di impedire le nozze, attaccandola alla casa della promessa sposa, dove da quel momento tutto rallenta, rallenta la digestione, rallenta la cottura dei cibi, rallenta il sonno, per cui in quella casa si dorme moltissimo e al mattino ci si sveglia come rallentati, un’ora per decidersi se alzarsi o no, poi si fa colazione, e anche il latte non si decide mai a bollire, di modo che è già l’ora di pranzo e tanto vale spegnere il latte e mettersi a cucinare, ma quando il pranzo è pronto, è quasi l’ora di cena, per cui invece di far colazione si cena, la quale poi si prolunga tanto che è già il giorno dopo. E tutto per via della rèmora attaccata sotto lo zerbino di casa, dice Eliano. Intanto il fidanzato bussa alla porta, tutto agitato per il giorno delle nozze imminente, tutto frenetico per i preparativi: “ci son da fare ancora un sacco di cose, dove eri finita?”, dice alla promessa sposa; ma passata la soglia entra anche lui sotto l’effetto della rèmora (messa da qualcuno invidioso che non vuole le nozze), e allora anche il fidanzato rallenta, si mette in poltrona, o su un triclinio (se siamo al tempo di Roma antica), ogni tanto gli esce una parola di bocca, ma bisogna aspettare mezz’ora per sentire la successiva. È naturale che non si arriverà mai al matrimonio; se un cugino ad esempio, messo in sospetto, non solleva lo zerbino di casa, e allora si scopre la rèmora, così attaccata con tutti i dentini che si fa più presto a gettare la rèmora con lo zerbino nel mare. Una rèmora invece è consigliata (dice Plinio) per evitare un parto prematuro; al nono mese il personale qualificato va dalla puerpera e quando la luna è calante, stacca la rèmora, immediatamente si hanno le doglie e il parto. Questo basti sulle virtù della rèmora.

Scimmia
Licinio Muciano nei suoi Mirabilia dice che le scimmie sono tristi quando la luna è calante, come dovesse scomparire e non tornare mai più; allora guardano il cielo e se potessero piangere si metterebbero a piangere. Ma gli animali non piangono, solo il leone morendo morsica la terra e versa una lacrima. Poi quando spunta la luna nuova le scimmie esultano, fan festa, come fosse una meravigliosa sorpresa, e la adorano alla loro maniera. Questo fanno le scimmie che hanno la coda. Eliano nel De natura animalium dice che le scimmie si catturano così: si riempie un secchio di vischio o di altra colla che sembri acqua. Le scimmie, che han visto gli uomini lavarsi la faccia nei secchi, corrono giù dagli alberi, metton le mani nel vischio e restano invischiate e prese. Oppure, dice Eliano, il cacciatore va nel bosco e con gli stivali fa bella mostra di sè, cammina impettito e a gran passi, cercando di far molto rumore e calpestando i rametti secchi, i gusci d’uova, le formiche rosse; le scimmie dall’alto degli alberi osservano. Poi il cacciatore si leva gli stivali e li lascia lì incustoditi. Le scimmie corrono e se li infilano, ma non riuscendo poi a levarseli, son catturate. La scimmia, dice Solino, si accoppia volentieri con l’uomo, e se ha avuto modo di osservare una moglie, per la sua straordinaria tendenza mimetica, si comporta poi su per giù come una moglie, apparecchia, fa il bucato, prepara una zuppa, e grida quando c’è il marito come se discutesse. Solo ogni tanto va su un albero e non vuole scendere o salta sul tetto, e grida, contro il marito e contro sua madre, e si capisce che ritiene migliore la sua famiglia d’origine, dove ci si spulciava reciprocamente, eccetera. Da una scimmia e da un uomo sono nati quegli esseri detti trogloditi, che vivono a ovest, in Africa, e hanno preso il peggio del padre e della madre.

Sirene
Ci hanno insistito tanto che è difficile non vederle, le sirene. Le sirene sono anfibie, imparentate alle rane, la stessa pelle liscia e scivolosa al tatto; un doppio sistema di respirazione, uno sott’acqua, l’altro nell’aria. C’è chi dice che sono mammifere e trattengono il fiato, e ogni mezz’ora debbono uscire a sfiatare. Così si spiega il fatto che le si incontra in superficie mentre stan lì tutte insieme a galleggiare e canticchiare. L’uomo che passa in barca non vede la coda, vede solo un gruppo di belle ragazze che cantano come cantavano le mondine nelle risaie. E quindi quello sulla barca si ferma, le apostrofa: “Di dove siete?”, chiede. Quello della barca ha delle frasi un po’ stereotipate per attaccar discorso con le ragazze: “Di dove siete? siete qui per lavoro?”, chiede. Le sirene ridono, qualcuna lo adocchia, e continuano i loro canti a sfondo sociale. Quello della barca si avvicina. “Come ti chiami?”, chiede a una di loro, quella che gli sembra più maliziosa; non immagina che sott’acqua sia un pesce, cioè che non abbia gli organi genitali delle ragazze, ma un’unica cloaca come i pesci e le rane, e che sia impossibile avere un coito come si usa aver tra mammiferi. Il tipo tuttavia rema verso quella che ha apostrofato e le si mette di fianco. Non c’è quasi onda. Le sirene escono quando il mare è piatto, e il tipo quindi, dondolando impercettibilmente, dice le sue banalità dongiovannesche, come si dicono alle ragazze che prendono il sole. “Mi sembra di averti già vista in discoteca, a Misano Adriatica... ci vai in discoteca a Misano?”. La sirena niente, ride, rivolta alle altre, e non dice niente (come non avesse il canale uditivo); però fa ondeggiare i capelli, se li butta indietro, si capisce che si sente bellissima, nel pieno della sua giovinezza, tutta gonfia dove si deve, e quello in barca pensa: “Questo sarà un giro di indossatrici, o di miss per qualche concorso televisivo”, e chiede allora: “Siete in qualche programma? perché si vede che siete tutte in gran forma”. Ma loro non gli rispondono, perché è la tattica delle sirene, fare molto sperare, e mostrarsi a portata di mano, non restie, come fossero arrivate da poco e in cerca di amici e di fidanzatini balneari. Dunque mentre il tipo è alle prese con una, un’altra gli fa un sorriso, una terza si gira verso di lui con tutto il petto ballonzolante fuori dall’acqua (è famoso il petto delle sirene, anche se non contiene le ghiandole mammarie, perché sono solo bolle di galleggiamento). Il tipo allora le invita: “Salite in barca, ci facciamo un giretto...”, “... in barca... – ripete – ... fare giretto... io e voi... together”; pensa che siano inglesi, o olandesi. A questo punto, come anche si narra nell’Odissea, tutte sembrano raccogliere l’invito e si attaccano al barchino del tipo, tutte da un lato, come se non capissero le leggi dell’idrostatica. “No no, non tutte – grida il tipo – vi porto in giro una alla volta”. Ma niente, le sirene sembra che non capiscano, si attaccano al bordo della barchetta e la rovesciano, poi si attaccano al tipo e lo tirano sotto, anche fosse un istruttore di nuoto, gli si attaccano con la coda alle gambe, lo avvinghiano, mentre lui grida “ma cosa fate? aiuto! qui non si tocca!”. Per le sirene è un gioco. Perché le sirene sono dei pesci, anche di mentalità, e l’aspetto di donna è un caso di mimetismo animale. E anche che cantino è un effetto illusorio. Il loro è tutto un boccheggiare, un sospirare, e un gracidio. Ma capita che se ne possa trovare una solitaria all’estremità di un molo, emergente col busto, quando sta per venir sera; se un giovanotto la vede le si avvicina, sente odore di pesce, ma le sirene dall’ombelico in su sono sempre bellissime. Seguono tutti i discorsi consueti, “di dove sei? sei qui per lavoro? come ti chiami? io lavoro in una discoteca...”, a cui la sirena non risponde, facendo finta di essere timida. In realtà lei ha il sistema nervoso di un pesce, i grandi occhi spalancati del pesce, le labbra prominenti, e quando boccheggia sembra sorrida, e sembra protenda le labbra, e a vederla sembra anche un po’ assente, come lo sono i pesci che non hanno espressione, o le fotomodelle. Poi cala il sole, e il giovanotto dice, “facciamo il bagno nudi”, si tuffa, e lì la coda di pesce lo avvinghia, tutta scivolosa, vede che lei non chiude mai gli occhi, sono come sgranati, quando la bacia lei gli mangia la bocca, perché in bocca invece dei denti ha delle laminette taglienti. Non si può dire sia feroce una sirena. Lei tira sotto il giovanotto e mangia un po’ anche del suo apparato sessuale, glielo fagocita, per via che è vermiforme, pendente nell’acqua, e poi lascia il resto ai muggini, alle murene. E questo basti sulle sirene.

Iena
La iena è un anno maschio, un anno femmina, e imita la voce umana. Nascosta vicino a un villaggio ascolta la gente parlare, e così impara il nome di qualcheduno, ad esempio un pastore; poi di notte gira tra le case e chiama il pastore per nome, ripetutamente, come se fosse un parente lontano che è arrivato di notte e ha bisogno di aiuto. La gente che lo sa sta rinchiusa; anche il pastore che si chiama così. Ma poi la voce è tanto insistente e disperata, che il pastore qualche volta non ne può più e esce, oppure è tanta la curiosità di vedere se è il suo parente o la iena, che esce. La iena lo prende e lo divora. Se nessuno esce, la iena vomita, ma con un rumore che sembra umano; allora sentendo il rumore del vomito corrono i cani. La iena li prende e li divora. Se non escono i cani, la iena va al cimitero e scava un cadavere, dice Strabone, e tutta la notte si sentono grida come fossero persone che da lontano si chiamano, come se al cimitero ci fosse tanta gente che litiga. Se la iena si accoppia con una leonessa che sia etiopica, dice Eliano (Natura degli animali, VII 22), nasce la crocota, che imita anch’essa la voce degli animali e degli uomini; muggisce, bela, abbaia e trae facilmente in inganno. Anche i santi anacoreti che stan nel deserto, si sentono di notte chiamare per nome, oppure sentono grida d’aiuto, o un bambino che piange appena fuori dall’uscio, e sentono graffiare la porta da mani d’uomo. I monaci dicono che sono i demoni che li vogliono distrarre dalla preghiera, invece è la iena (o la crocota), che continua a piangere davanti alla porta, ogni notte, come un orfanello abbandonato, o una vedova senza dimora, o un soldato ferito; ogni notte la iena sta davanti alla porta e il suo grido è uno strazio, sembra un vagito di uno che muore. Il monaco se è già prossimo alla santità resiste e non apre, tutto assorto com’è nel pensiero dei cieli; ma se è ancora sensibile ai dolori umani, dopo notti e notti di incertezza e di dubbi, una notte preso dalla pietà apre la porta; la iena lo prende e lo divora. E quando viene il primo leggero chiarore dell’alba, la luna è tramontata, e la gallina canta, non resta più nulla: zoologia immaginaria.

Femmine della vite
Narra Luciano di Samòsata (nelle Storie Vere) che in Spagna, dove sorge una delle due colonne d’Ercole, nei pressi di Gibilterra, ci sono viti piene di uva, ben piantate in terra con le radici, che nel fusto però sono donne, sporgenti dai fianchi in su: dalle dita escono tralci, e per capelli hanno viticci, foglie e grappoli d’uva; chiunque s’avvicina le può baciare, loro ricambiano, ma chi le bacia resta poi traballante e ubriaco, perché dalla loro bocca succhiano vino o un derivato del vino. Una di queste donne ogni tanto vedendo un uomo passare, lo chiama e dichiara che vuol congiungersi a lui: l’intimo sesso di queste donne non è legnoso, ma della consistenza circa di un fungo, cioè scivoloso, e secerne un lattice apposito, per cui un uomo in generale fiuta, tasta e non dice di no; tanto più che la richiesta viene dopo che l’uomo ha già baciato la vite e le gira ancora intorno vacillante e in ebbrezza. Così dice sì, e si accoppia. La vite gode in silenzio e gli si stringe tanto che l’uomo non riesce più a uscire, il fungo si serra e gli assimila l’apparato urogenitale, e ugualmente gli assimila anche la lingua e la bocca, finché tutto l’uomo è come un innesto, entra a far parte dello stesso sistema linfatico, quindi germoglia, mette pampini e foglie e a poco a poco fa i grappoli, in unione stretta con la vite femmina che così si è realizzata. Chi vuole vivere scapolo non deve avvicinarsi a quel vigneto della colonna d’Ercole, perché è tale l’attrattiva di quelle femmine ferme in offerta e tale la loro voglia di unirsi, che un uomo impreparato non può resistere; e il profumo che emana dal fungo è così persuasivo che vince anche gli scrupoli morali eventuali, o l’idea che in fondo quella è una donna di legno, su cui, dice Luciano, fanno anche il nido gli uccelli.

Ereditarietà fantastica
Gli animali fantastici hanno tutto fantastico, corni fantastici, ad esempio la cerva dalle corna d’oro, che brillano nella foresta, e il cacciatore vedendole, d’istinto le segue, perché nella comune mentalità queste corna sono un fatto miracoloso. Ora un fatto miracoloso sarebbe un’interruzione nella catena della natura, una specie di smagliatura, nel senso che le corna nascono da un gruppo di cellule specializzate che produce la sostanza cornea, come ad esempio le cellule che producono le unghie. Se tutt’ad un tratto Dio, per qualche suo fine particolare, facesse crescere ad uno delle unghie d’oro, ad esempio per far sapere che costui è avido e rapace, e tutto teso a far soldi, Dio sarebbe di fronte ad un’alternativa: o la mutazione delle unghie dura per poco, oppure è permanente. Nel primo caso, se uno si ritrova con le unghie d’oro per mezz’ora e poi tutto ritorna com’era prima, il miracolo lo si farebbe rientrare fra le allucinazioni, uno crede di aver le unghie d’oro, si pente della sua avidità, e le unghie ritornano di materia organica: “ci siamo illusi”, dicono i testimoni, perché un miracolo di breve durata somiglia a una truffa; un paralitico che torna a camminare, ad esempio, “grazie Gesù”, dice, poi appena Gesù se n’è andato, di nuovo il paralitico torna paralizzato; o san Lazzaro resuscitato, Gesù se ne va, e lui di nuovo muore, la gente pensa che è stata fregata, illusionismo, dice, e anche il paralitico pensa ad una presa in giro, si irrita, “perché m’ha illuso?”, dice a se stesso, e diventa ateo feroce, bestemmiatore, e tutti saremmo propensi a capirlo; oppure le nozze di Cana, l’acqua diventata vino e i pani moltiplicati, tutti perciò a pancia piena e ubriachi; passa mezz’ora e tutta quell’allegria nata dal vino scompare, gli ubriachi si ritrovano lucidi, raziocinanti, con due o tre litri di acqua in pancia e una gran fame, perché il pane miracoloso che stavano già digerendo è svanito, è tornato aria, da cui rutti, le nozze di Cana che finiscono in rutti, Gesù! ma che miracolo è? E altrettanto dicasi per le unghie d’oro. Ma (secondo caso) se il miracolo è stabile e le unghie d’oro permangono, allora per coerenza Dio deve aver mutato anche le cellule che producono le unghie. Il che non è impossibile; un mio mezzo zio si era segato un dito sotto la falciatrice, nel punto in cui si genera l’unghia, e le cellule così mal conciate si son messe a produrre una specie di zoccolo, tutto nero, e simile a quello degli ungulati, anche abbastanza schifoso, devo dire. Nel caso delle unghie d’oro la mutazione (per essere stabile) deve riguardare le cellule, basta d’altronde una piccola mutazione genetica, Dio può essere intervenuto direttamente sull’acido deossiribonucleico, in modo da far produrre oro invece che tessuto corneo, come un’ostrica produce la perla, che all’origine può essere stato un miracolo, e l’ostrica un animale fantastico, ma poi essendo il miracolo a livello genetico, l’ostrica ha preso posto fra gli altri molluschi come una varietà naturale, e così l’uomo dalle unghie d’oro. Il quale però per sintetizzare dell’oro dovrà alimentarsi con minerali che contengono oro; basterebbe l’acqua di mare, che contiene 0,9 grammi per tonnellata di oro disciolto; quindi sarà un uomo avido d’acqua di mare, ne berrà litri e litri, ma essendo ricca anche di cloruro di sodio, che indurisce le arterie e alza la pressione, l’uomo dalle unghie d’oro sarà anche un iperteso, sempre a rischio d’infarto, perché Dio non si può contraddire, e quindi camperà poco, difficile che faccia figli, l’iperteso non è un uomo di molto successo, alle prese con una donna gli sale ancor più la pressione, e poi questo bisogno di andare al mare per bere, mentre la femmina vuole l’ombrellone, il lettino, stare al sole a sudare, e lui invece là con un bicchiere che beve l’acqua salata, “ma come fai?”, dice la donna, e incomincia lì un certo senso di schifo e di disapprovazione. Quindi è per questo che le unghie d’oro non si sono selezionate nella storia dell’umanità, anche se avrebbero potuto avere successo nell’attrarre la femmina, come il pavone attrae con la coda, ma avrebbero implicato una fisiologia non adatta alla sopravvivenza, un’alimentazione sbagliata; l’oro si trova sulle rocce quarzose, spesso accompagnato da antimonio, arsenico, mercurio (che sono dannosi al fegato), o in piccole quantità nei terreni alluvionali misto alle sabbie; nelle sabbie del Reno (Germania) ci sono al massimo grammi 1,01 di polveri d’oro per metro cubo di sabbia; in California si arriva a 13 grammi; nei ricchi giacimenti del Transvaal 15 grammi per tonnellata; dal che si vede che un’alimentazione a base di sabbia sarebbe superiore alla capacità dello stomaco dell’uomo attuale, il che comporta che per produrre le unghie d’oro, anche tutto l’apparato digerente dovrebbe mutare, e saremmo di fronte ad un uomo dallo stomaco dilatato molto più che nei bevitori di birra, il che attenuerebbe il successo procreativo con le femmine. Gli animali fantastici bisogna dire che patiscono gravi disfunzioni, scompensi cardiocircolatori ecc., e in generale si estinguono subito. Per questo sono rari e spesso inesistenti.
Partecipa alla serata del
.11 giugno






Musica di
.Vincenzo Vasi


 
Note
in allestimento
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