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LUNGHE PASSEGGIATE SULLA LUNA  Testo in lingua originale 
.Antonio Muñoz Molina
È da molto tempo, ormai, che il futuro è rimasto nel passato. Non parlo del futuro delle aspettative che finiscono per far parte del presente reale e poi passano in fretta, ma di un altro futuro, più strano, il futuro delle possibilità o dei pronostici che non si sono mai avverati. C’è stato un 1984, ma non quello di George Orwell, c’è stato un 2001, ma quello delle Torri Gemelle, non del film di Stanley Kubrick; e ci avviciniamo ora a un 2016 che con tutta probabilità avrà aspetti oscuri, ma non assomiglierà a quello di Blade Runner. Sento particolare nostalgia per un’altra data futura del passato: il 1999. Era ambientata in quell’anno una serie televisiva di fantascienza che mi piaceva molto da bambino, “Spazio 1999”. Ci affascinavano i pronostici che avevano come orizzonte il cambio del millennio, che allora ci sembrava così remoto. Bastava pensare al Duemila per sentire le vertigini, e ora, quando lo ricordiamo, sembra un’epoca molto più antica rispetto ai pochi anni che ce ne separano, la preistoria in cui non usavamo Google, non c’erano gli iPod e non passavamo metà della vita in ostaggio del cyberspazio. Non so se l’ossessione per il futuro che il mondo ha vissuto negli anni Cinquanta e Sessanta sia stata comune anche ad altre generazioni. Forse è stata una caratteristica della nostra epoca, come l’ossessione e l’ammirazione incondizionata per la gioventù. Ci sarà una relazione fra le due cose? Viviamo in un mondo successivo ai pronostici fantascientifici, dove vediamo invecchiare molti personaggi la cui massima attrattiva e identità più marcata era l’essere giovani. Attorno al ’69 chi si sarebbe mai immaginato che il 1984 e il 2001 sarebbero rimasti nel passato? E che i Rolling Stones e i Beatles sarebbero diventati vecchi, e persino molto vecchi? La giovinezza degli eroi del pop non sfociava nella vecchiaia, ma nella morte improvvisa e, quindi, nell’atemporalità della leggenda. Una volta morti, Marilyn Monroe, Janis Joplin, James Dean o Jimi Hendrix restavano giovani per sempre. Cinema, dischi e immagini televisive li preservavano in tutto il loro splendore, cosa che non era potuta accadere con altri giovani morti illustri, con Mozart o con Rimbaud. L’invecchiamento, o anche solo la maturazione, non sembrava una tappa biologica essenziale, ma piuttosto un azzoppamento borghese della volontà, da cui una certa generazione pareva sentirsi esentata. Nel ’69 la gioventù e il futuro erano al loro massimo splendore. O, per lo meno, così lo percepivo io, che avevo tredici anni e mi sentivo prematuramente incarcerato in un mondo di vecchi, che era anche il mondo del passato. Diventando adulti ci scordiamo quanto, alle soglie dell’adolescenza, ci si senta ancora lontani e invidiosi della gioventù. Quel che più desidera al mondo un ragazzo di tredici o quattordici anni è averne diciotto, per liberarsi del disonore di essere considerato un bambino. I dodici, i tredici e i quattordici anni sono terra di nessuno, un tempo transitorio in cui nessuno vuole fermarsi a vivere. Eppure il vantaggio pratico che un preadolescente di sesso maschile vede nell’avere qualche anno in più è una pura chimera: immagina che quel totale disinteresse da parte delle ragazze che gli piacciono dipenda dalla sua età. E ha assolutamente ragione. Dove si sbaglia, però, è nel non considerare la possibilità che continuino a non guardarlo anche dopo i diciotto, ma ciò lo scoprirà molto più avanti, e non c’entra con questa storia. Nel 1969, a tredici anni, vivevo in un piccolo e arretrato centro agricolo dell’interno dell’Andalusia, che non aveva niente a che vedere con l’Andalusia o con la Spagna che si immaginano, o si immaginavano, i turisti. Era una terra povera, senza spiagge, priva di qualunque interesse folcloristico, ma con bei paesaggi austeri di ulivi e un’architettura rinascimentale e barocca che suscita sempre sorpresa e stupore nei viaggiatori. Ero nato in una famiglia di piccoli proprietari agricoli, ma, a differenza dei miei genitori e dei miei nonni, dopo le elementari non avevo abbandonato la scuola per andare a lavorare in campagna. Alla gente, in Europa, piace pensare che la Spagna sia stato un paese cupo e arretrato per secoli, cambiato poi all’improvviso qualche anno fa grazie a Pedro Almodóvar e a Rodriguez Zapatero; ma la realtà è un po’ più complessa. La Spagna aveva vissuto un lungo dopoguerra segnato dalla miseria e dalla paura, in parte grazie anche all’appoggio che le democrazie, in primo luogo quella statunitense, avevano offerto al Generale Franco. Ma all’inizio degli anni Sessanta il paese incominciò a cambiare rapidamente, anche se in modo irregolare, per due ragioni fondamentali: milioni di contadini abbandonarono il paese per andare a lavorare nell’Europa del grande decollo industriale, emigrando soprattutto in Francia, Svizzera, Germania e Olanda. All’interno della Spagna un’analoga emigrazione riempì di gente in fuga dalle campagne i sobborghi industriali di Barcellona, Bilbao e Madrid. E mentre gli emigranti se ne andavano e spedivano a casa i propri risparmi, i turisti arrivavano, milioni di turisti, i beneficiari del Welfare State che potevano permettersi vacanze al sole e che, con la loro sola presenza, posero fine al lugubre isolamento in cui la dittatura aveva voluto mantenere il paese. Parroci e arcivescovi inveivano nelle chiese, denunciando lo scandalo delle straniere bionde che facevano il bagno sulle spiagge, ma il denaro estero lasciato dal peccato era troppo prezioso per essere sacrificato in nome dell’ortodossia cattolica. La Chiesa aveva fornito alla tirannide un alibi e una legittimazione ideologica, ma per una volta il governo lacché del Vaticano osò contrapporsi ai preti e non proibì il bikini in spiaggia. Il lento sgranchirsi del mio paese ha coinciso esattamente con la mia infanzia, anche se io vivevo nell’interno, dove le sensazionali novità dell’epoca moderna impiegavano più tempo ad arrivare. Ricordo la mia sorpresa il giorno in cui, mentre giocavo per strada con altri bambini, ho visto per la prima volta una coppia di turisti, in una città e in un quartiere dov’era difficilissimo imbattersi in una faccia sconosciuta: un uomo e una donna molto pallidi, biondi e molto alti, lei con un fazzoletto variopinto in testa, lui con la macchina fotografica e i pantaloni corti. Un adulto in pantaloni corti ci sembrava la cosa più ridicola ed esotica del mondo. Ciò che non capivamo era che, in realtà, quelli esotici eravamo noi. In quanto poveri e in quanto spagnoli. L’ho scoperto in prima persona qualche tempo dopo, uno di quei giorni d’estate in cui andavo ad aiutare mio padre nei campi. Mi ero messo un cappello di paglia per ripararmi dal sole e tenevo per la briglia il cavallo che ci serviva per caricare le verdure e portarle al mercato. Ed ecco che era apparsa una coppia di turisti. Mi avevano indicato e mi avevano fatto dei gesti dicendomi qualcosa in una lingua che non capivo. L’ho compreso quando uno dei due ha alzato la macchina fotografica e ha scattato. Non vedevo cosa potesse esserci di interessante in uno che va a lavorare nei campi tenendo il cavallo per le briglie, ma non mi piaceva. Da allora ho sempre guardato con molta diffidenza il fascino dell’esotico, che di solito è il risultato di qualche malinteso coloniale. E nella vita non c’è nulla che mi indigni di più degli stereotipi sul mio paese, anche se ammantati di una veste celebrativa. L’effetto decisivo che ha avuto il turismo sull’economia spagnola è stato studiato in lungo e in largo. Non so invece se si possa calcolare l’effetto che ha avuto sull’immaginario erotico degli spagnoli, e ancor più su quelli la cui sensualità si stava svegliando proprio quando nel nostro paese irrompeva una specie prodigiosa di donne, mitiche come le Sirene e le ninfe de Le Mille e una notte: le straniere. La parola stessa aveva in sé qualcosa di poetico e peccaminoso, specialmente per noi che non avevamo quasi mai visto da vicino le donne che portavano quel nome, e che apparivano a volte fra le pagine delle riviste, in qualche film - quasi sempre vietato ai minori - e nelle conversazioni rubate agli adulti. Le straniere! Molti anni dopo, osservando Marcello Mastroianni che guarda Anita Ekberg ne La dolce vita, ho trovato qualcosa di analogo al fascino che le donne dei paesi del Nord esercitavano sui maschi spagnoli. Le straniere erano bionde, alte, sfacciate e apparentemente di facili costumi. Le straniere venivano al sud con l’arrivo dell’estate e occupavano le spiagge. Uomini audaci piantavano tutto per fare i camerieri negli alberghi sul mare, dove le straniere prendevano il sole praticamente nude, e accoglievano l’ardente ammirazione dei maschi spagnoli, compiacenti e prive di pregiudizi, come le tahitiane facevano con i marinai del Capitano Cook. I mari del sud erano il punto più lontano del pianeta, nell’immaginario del diciottesimo secolo; altrettanto remote erano per noi le spiagge in cui, secondo la leggenda, accorrevano a bagnarsi ogni estate le straniere durante la loro migrazione stagionale: donne-uccello o donne-sirena che non potevano essere esattamente della nostra specie. Le straniere venivano come gloriose emissarie di qualcosa che la gente di provincia sospettava da secoli, con speranza o rancore: che la vita pare sempre stare da un’altra parte, au-delà. Le straniere erano giovani e oziose, estranee agli obblighi del lavoro e alla decadenza dell’età, tanto quanto al pudore cattolico delle spagnole. In un mondo molto meno collegato e meno saturo di immagini rispetto a quello di oggi, i loro paesi di provenienza avevano qualcosa dei luoghi della geografia fantastica. Venivano quasi sempre dal Nord, o dall’altra parte dell’oceano. E il fatto che fossero legate al mare le rendeva ancora più favolose, perché molti di noi avevano visto il mare solo nei film o nelle cartoline di qualche parente in viaggio di nozze, oppure ce l’eravamo immaginato leggendo i romanzi d’avventura. Più pensavamo al mondo esterno, più angusto e volgare ci sembrava il nostro, che era il mondo dei nostri avi, dei maestri che ci indottrinavano in scuole presidiate da crocifissi o da foto del Generale Franco, dei preti che inveivano dai pulpiti contro lo scandalo delle gonne sempre più corte o che, nella penombra del confessionale, ci interrogavano, con una minuziosità sospettosa, sulle nostre ipotetiche debolezze sessuali. Mancavano ancora parecchi anni alla morte del tiranno e all’arrivo della libertà in Spagna, ma nel 1969 il fulgore delle straniere in spiaggia era già un segnale, così come la repentina abbondanza di televisori, di frigoriferi, di automobili e di cucine a gas; alla stessa stregua delle canzoni che risuonavano alla radio come esplosioni di speranza, e delle serie di fantascienza ambientate nel futuro a ridosso del cambio di secolo. Ma il futuro si manifestava anche nella realtà: i giornali, le riviste illustrate e la televisione ci mostravano le immagini fantastiche dei preparativi del primo viaggio sulla Luna. C’erano posti del mondo in cui la fantasia si stava avverando, in cui il futuro era già arrivato. Solo pochi anni dopo, alcuni giovani della mia generazione sarebbero andati a Parigi e a Lisbona per respirare l’aria limpida ed eccitante della democrazia. Nel 1969 non ci potevamo muovere dalla nostra provincia contadina e cattolica, ma le canzoni e le immagini dei notiziari alimentavano il nostro desiderio di andare dall’altra parte, dove c’era la vita, verso le spiagge, verso i brumosi paesi delle straniere, in Inghilterra o in America, i paesi di quelle canzoni che ci sembravano ancora più entusiasmanti perché non capivamo le parole, e perché riempivano i nostri vecchi di indignazione. Il 1969 è stato l’anno della spedizione dell’Apollo XI e di The Ballad of John & Yoko; l’anno dei Fifth Dimension con Age of Aquarius; l’anno in cui ho letto i viaggi sulla Luna di Jules Verne e di H.G. Wells e in cui un giorno, di primo mattino, ho visto alla televisione Neil Armstrong che calpestava per la prima volta la polvere della Luna: quella vera, non degli scenari di cartone dei film, né delle antiche incisioni dei romanzi d’avventura. Quell’estate il Generale Franco ha designato come suo successore il principe Juan Carlos e, qualche mese prima, il governo spagnolo aveva decretato lo stato d’emergenza, per poter reprimere più comodamente i dissidenti politici. Ma non erano cose di cui mi interessassi. Io vivevo ossessionato dalla Luna, dalle canzoni alla radio, dalle gambe delle ragazze, dal sogno delle straniere. Nei notiziari alla televisione il Generale Franco appariva come un vecchietto in uniforme che entrava in pompa magna nelle cattedrali; e nelle aule ci si voleva educare come cattolici integralisti e come grati sudditi della dittatura, ma noi pensavamo già ad altre cose, sondando, senza saperlo, altri futuri possibili. I nostri genitori continuavano a parlare sottovoce e in termini vaghi della guerra e, soprattutto, a evocare la fame del dopoguerra; ma per noi tutto ciò apparteneva a un passato assai poco attraente e lontano quanto i mestieri dei campi che cercavano di insegnarci. Nessuno sapeva che di lì a poco sarebbe cambiato tutto. Nessuno sapeva che il mondo aveva iniziato a cambiare anche da noi. I passi goffi di Armstrong assomigliavano ai nostri: impacciati e rigidi calpestavamo la soglia dell’avvenire, spiccavamo brevi salti liberandoci per frazioni di secondo della terribile gravità del passato. Anni dopo ho chiesto ad amici americani che ricordi avessero dell’estate di allora, e la maggior parte di loro conserva un vago ricordo delle missioni delle navicelle Apollo. Con l’assassinio di Martin Luther King e di Robert Kennedy, con le proteste contro la guerra del Vietnam, a chi potevano interessare i viaggi sulla Luna? Interessavano a noi, delle province remote. A noi che ricevevamo la musica pop nata in Inghilterra e in America come la luce di una stella che ha impiegato milioni di anni ad attraversare lo spazio. Il sogno della musica pop si mischiava a quello delle spedizioni lunari; quello delle straniere libertine alla rivoluzione dei costumi che aveva luogo per le strade e nei campus universitari. Le nostre madri ci portavano in sartoria per il nostro primo vestito da adulti, e noi volevamo portare i jeans; i nostri padri volevano che ci tagliassimo i capelli dal barbiere dove andavamo da bambini, e noi non desideravamo altro che una criniera come quella dei nostri eroi del pop. Per quanto mi riguarda, la fantasia di dedicarmi prima o poi alla letteratura formava parte di quella confusione generale, dell’impazienza di rompere con quello che ci si aspettava da me, di fuggire dalla mia terra e dalla prigione dell’età per ritrovarmi a viaggiare per l’Europa in autostop con una di quelle straniere. Avevo viaggiato così poco che una volta, nel ’73, andando in autobus dalla mia città natale al capoluogo della provincia – a soli cinquanta chilometri – ero riuscito a immaginarmi che stavo attraversando l’America su un Greyhound, trasformato in un beat sradicato e un po’ cinico; il tutto perché un amico mi aveva lasciato un romanzo di Jack Kerouac. Mi piaceva molto una frase di non so chi che avevo letto: “Non ti fidare di nessuno che abbia più di trent’anni”. Compiere trent’anni era una cosa che non immaginavo potesse succedermi: 1986 era una delle date chimeriche del futuro. La moda dei viaggi spaziali era passata, ma io ero ancora sulla Luna. Qualche anno fa, mentre scrivevo un romanzo ambientato in quegli anni, mi sono messo a leggere i giornali dell’estate del ’69. Erano pieni di grandi speculazioni sul futuro. É stato curioso leggere, nell’estate del 2005, che, secondo gli esperti, attorno al 1990 ci sarebbero stati voli regolari per Marte, o che il viaggio dell’Apollo XI avrebbe avuto la portata di quello di Cristoforo Colombo. Quanto era rimasto antico il futuro, come la carta giallognola e fragile sui cui erano stampati quei giornali, o come le pubblicità delle prime lavatrici, dei primi frigoriferi e dei televisori che, allora, inondavano la Spagna per la prima volta. Il mito pop dell’eterna gioventù non aveva inciso più profondamente del penosissimo spettacolo dei Rolling Stones che si trascinano decrepiti sul palco, o di tanti politici e artisti di quella generazione che si impegnano pateticamente per non diventare adulti, quando sono ormai a un passo dalla tomba. Ci sono anche persone che ancora si sforzano di fare vaticinii, nonostante quelli formulati da scienziati, economisti ed esperti in generale, in teoria più rigorosi, non siano molto più fondati di quelli degli astrologi. Tutto ciò che di meglio e di peggio ha portato il futuro non lo ha indovinato nessuno: che la Spagna si sarebbe data una democrazia solida e aperta, che si sarebbe avanzati a grandi passi in direzione dell’uguaglianza fra uomini e donne, che avremmo viaggiato per l’Europa come cittadini a pieno diritto e non come emigranti. E nessuno ha previsto che il mondo rurale dove eravamo nati, e che sembrava esistere da sempre, e destinato a durare per sempre, sarebbe scomparso senza lasciar traccia nel giro di pochi anni, trascinato da un uragano che si è portato via tutto, gran parte delle cose cattive, ma anche quasi tutte quelle buone: la ricca cultura popolare, il profondo tesoro dei saperi e persino delle parole alla cui dolorosa distruzione ha assistito Pier Paolo Pasolini nella sua terra d’origine. Nessuno, dotato di un minimo di decenza, può rimpiangere la dittatura o la miseria; ma è lecito rimpiangere il ricordo di chi, col suo lavoro e col suo amore, ha fatto di noi quello che siamo. Ho scritto questo romanzo, Il vento della luna, credendo di voler scongiurare un rigurgito di nostalgia del passato, ma mi sono reso conto che la nostalgia era anche di quel futuro un po’ sciocco che non è arrivato a esistere, il futuro dei pronostici degli esperti e quello delle scadenti serie televisive. All’origine di ogni romanzo, di solito, c’è un’immagine da cui tutto germina. Nel mio caso quest’immagine non è la passeggiata di Armstrong, ma un’altra, successiva di qualche anno, di uno degli ultimi viaggi lunari a cui nessuno prestava ormai attenzione; è una foto che ho visto nel Museo di Storia Naturale di New York. Sulla polvere lunare c’è una Polaroid di una donna con dei bambini sorridenti infilata in una busta di plastica. Le orme probabilmente si sono mantenute intatte, in quel mondo senza atmosfera, ma immagino che la plastica e il cartoncino della Polaroid si siano disintegrati per il caldo e il freddo estremi, o perlomeno le immagini saranno svanite. Nessuno si stancava allora di speculare sul futuro, ma l’unica certezza che abbiamo in proposito, è che, a breve, le nostre tracce saranno cancellate. Partecipa alla serata del
.11 giugno






Musica di
.Vincenzo Vasi


 
 
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